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Senno di poi: \"lo sapevo\" è quasi sempre falso

Dopo che una cosa è successa ci sembra prevedibile, e ricordiamo di averla prevista. Così giudichiamo male le decisioni, nostre e altrui.

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Un sentiero già percorso appare come una linea dritta e luminosa, mentre la strada davanti si divide in tante biforcazioni sfocate

Un'amica ti racconta che si è lasciata con il compagno. Ripensi a quella cena di sei mesi fa: lui guardava il telefono, lei rideva poco. "Si vedeva", pensi. "Lo sapevo che non sarebbe durata." Ma se ti avessero chiesto, quella sera, quante probabilità dava alla coppia, cosa avresti risposto? Probabilmente niente di così netto. E se invece lei ti avesse annunciato il matrimonio, quella stessa cena ti sarebbe sembrata la prova di una coppia rilassata, senza bisogno di stare sempre addosso. Il finale riscrive il film. Succede a tutti, ogni giorno. E succede anche in tribunale, in ospedale e nei consigli di amministrazione, dove costa molto caro.

In breve

Il bias del senno di poi è l'effetto "lo sapevo fin dall'inizio". Quando conosciamo il risultato di un evento, ci sembra che fosse ovvio. E riscriviamo, senza accorgercene, quello che pensavamo prima.

🟢 Solida: replicato in decine di studi e in due meta-analisi, in laboratorio e in contesti reali come tribunali e medicina.

L'esperimento che l'ha scoperto

Inizio del 1972. Il presidente Richard Nixon sta per partire per Pechino e Mosca. A Gerusalemme due giovani ricercatori, Baruch Fischhoff e Ruth Beyth, allievi di Kahneman e Tversky, hanno un'idea. Prima del viaggio chiedono a un gruppo di volontari di stimare la probabilità di quindici esiti possibili. Mao accetterà di incontrare Nixon? Gli Stati Uniti riconosceranno la Cina? Ci sarà un accordo importante con i sovietici?

Nixon torna. I ricercatori richiamano le stesse persone e fanno una domanda diversa: "Ricordate che probabilità avevate dato?".

I ricordi erano sbagliati in modo sistematico. Per gli eventi accaduti, le persone ricordavano di aver dato probabilità più alte di quelle date davvero. Per quelli non accaduti, ricordavano di averli sempre considerati improbabili. Nessuno mentiva. La memoria si era aggiornata da sola. Lo studio uscì nel 1975 su Organizational Behavior and Human Performance, insieme a un lavoro di Fischhoff sul Journal of Experimental Psychology.

Cosa dice la ricerca oggi

Il senno di poi è tra gli effetti più replicati della psicologia del giudizio. Due meta-analisi lo hanno misurato: Christensen-Szalanski e Willham (1991) e Guilbault, Bryant, Brockway e Posavac (Basic and Applied Social Psychology, 2004). Entrambe confermano che l'effetto esiste in modo affidabile, anche se la sua forza varia molto da un compito all'altro.

Neal Roese e Kathleen Vohs (Perspectives on Psychological Science, 2012) distinguono tre livelli, che si sommano. Primo: ricordiamo male le nostre previsioni. Secondo: pensiamo che l'evento fosse inevitabile. Terzo: crediamo che fosse prevedibile, anche per noi.

La parte più scomoda riguarda la difesa. Rüdiger Pohl, uno dei maggiori studiosi del tema, riassume così: gli avvertimenti ("non lasciatevi influenzare dal risultato") hanno avuto "un successo solo limitato". Funzionano meglio le tecniche che costringono a immaginare esiti alternativi, ma di solito servono molti sforzi per ottenere una riduzione consistente.

Anche le relazioni ne sono toccate. Nel 2023 un gruppo dell'Università del Wisconsin-Eau Claire ha pubblicato su Social Psychological Bulletin due studi con oltre mille partecipanti. Tutti leggevano la storia della stessa coppia immaginaria, con pregi e incompatibilità. Chi sapeva che i due si erano lasciati giudicava la rottura più prevedibile e la relazione peggiore. Chi sapeva che stavano ancora insieme, o che si erano fidanzati, non differiva da chi non sapeva nulla. Il finale negativo, in particolare, riscrive la storia.

Perché il cervello ci casca

La memoria non è un archivio. Ogni volta che ricordiamo, ricostruiamo. Quando arriva un'informazione nuova, come l'esito di un evento, si fonde con il ricordo di ciò che pensavamo e lo aggiorna. La versione vecchia non resta da qualche parte, intatta. Sparisce.

Poi c'è il bisogno di dare senso. Una storia con il finale noto ha una logica che, prima, non c'era. I dettagli coerenti con il finale diventano "segnali". Quelli che puntavano altrove vengono dimenticati. Kahneman lo descrive così: la mente costruisce racconti coerenti e trascura quanto conta il caso. "La mente umana non se la cava bene con i non-eventi", scrive in Pensieri lenti e veloci.

Casi reali

La città e l'alluvione. Kim Kamin e Jeffrey Rachlinski (Law and Human Behavior, 1995) presero spunto da una causa vera a Duluth, in Minnesota. A studenti californiani chiesero se la città avrebbe dovuto pagare un sistema di monitoraggio contro le inondazioni. Con le sole informazioni disponibili al momento della decisione, il 24% diceva di sì. Chi sapeva che poi c'era stata un'alluvione giudicava la città negligente nel 57% dei casi. Con un avvertimento esplicito a ignorare il risultato, il 56%. L'avvertimento non è servito quasi a nulla. Fonti: Kahneman, LessWrong.

Il medico giudicato dall'esito. Robert Caplan, Karen Posner e Frederick Cheney (JAMA, 1991) diedero a anestesisti esperti 21 casi clinici. Ogni caso aveva un gemello identico, tranne l'esito: lieve e reversibile in uno, grave e permanente nell'altro. Con l'esito grave, la stessa identica assistenza veniva giudicata inadeguata circa il 30% più spesso. Leva: il risultato contamina il giudizio sul processo. Fonte: PSNet (AHRQ).

L'informazione del 10 luglio. Kahneman racconta che il 10 luglio 2001 la CIA ricevette informazioni su un possibile grande attacco di al-Qaeda. Il direttore George Tenet le portò al consigliere per la sicurezza nazionale, non al presidente. Dopo l'11 settembre la scelta sembrò incomprensibile. Ma quel giorno nessuno poteva sapere che quella notizia avrebbe cambiato la storia. Fonte: Pensieri lenti e veloci.

Gli imprenditori che "hanno imparato". Gavin Cassar e Justin Craig (Journal of Business Venturing, 2009) hanno trovato il senno di poi tra chi aveva provato ad avviare un'impresa senza riuscirci. Kahneman cita lo studio per spiegare perché molti, dopo un fallimento, restano molto fiduciosi: credono, probabilmente a torto, di aver imparato tanto dall'esperienza.

Nella vita di tutti i giorni

Se lo usi tu: la versione onesta

Nelle presentazioni, le storie di successo raccontate a posteriori convincono molto: "abbiamo capito prima degli altri che...". Va bene raccontare, ma con onestà. Mostra anche le alternative che sembravano ragionevoli allora e le scommesse andate male.

In un team, usa il senno di poi a favore: nelle revisioni di un progetto chiedi "cosa sapevamo allora?" prima di chiedere "cosa è andato storto?".

Nelle relazioni, evita il "te l'avevo detto". Quasi mai è vero quanto ci sembra, e quasi sempre ferisce.

Il test della trasparenza: se l'altro sapesse che stai giudicando la sua scelta solo dal risultato, lo troverebbe giusto?

Come difendersi

Mettiti alla prova

Prima di leggere la soluzione, rispondi: quale percentuale di persone, secondo te, giudica una città negligente per non aver pagato un sistema anti-alluvione, sapendo che l'alluvione poi c'è stata? E quale percentuale lo pensa senza saperlo?

Soluzione. Nello studio di Kamin e Rachlinski: 57% con il finale noto, 24% senza. Se le due cifre ti sono sembrate "ovvie" dopo averle lette, hai appena sentito il senno di poi all'opera.

Per approfondire

Fonti

  1. Fischhoff, B., & Beyth, R. (1975). "I knew it would happen": Remembered probabilities of once-future things. Organizational Behavior and Human Performance, 13(1), 1-16.
  2. Fischhoff, B. (1975). Hindsight is not equal to foresight: The effect of outcome knowledge on judgment under uncertainty. Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance, 1(3), 288-299.
  3. Christensen-Szalanski, J. J. J., & Willham, C. F. (1991). The hindsight bias: A meta-analysis. Organizational Behavior and Human Decision Processes, 48(1), 147-168.
  4. Guilbault, R. L., Bryant, F. B., Brockway, J. H., & Posavac, E. J. (2004). A meta-analysis of research on hindsight bias. Basic and Applied Social Psychology, 26(2-3), 103-117.
  5. Roese, N. J., & Vohs, K. D. (2012). Hindsight bias. Perspectives on Psychological Science, 7(5), 411-426.
  6. Pohl, R. F. Hindsight bias (capitolo). https://iphils.uj.edu.pl/~a.trybus/classes/logic/cs/20.Pohl.Hindsight.Bias.pdf
  7. Kamin, K. A., & Rachlinski, J. J. (1995). Ex post ≠ ex ante: Determining liability in hindsight. Law and Human Behavior, 19(1), 89-104.
  8. LessWrong, Hindsight bias (sintesi dello studio di Kamin e Rachlinski). https://www.greaterwrong.com/lw/il/hindsight_bias/
  9. Caplan, R. A., Posner, K. L., & Cheney, F. W. (1991). Effect of outcome on physician judgments of appropriateness of care. JAMA, 265(15), 1957-1960. Sintesi: https://psnet.ahrq.gov/issue/effect-outcome-physician-judgments-appropriateness-care
  10. Studio sulla rottura delle coppie, Social Psychological Bulletin (2023), DOI 10.32872/spb.9967. Sintesi: BPS Research Digest, https://www.bps.org.uk/research-digest/hindsight-bias-creates-illusion-doomed-relationships; Newswise, https://www.newswise.com/articles/predicting-break-ups-fact-or-fiction
  11. Cassar, G., & Craig, J. (2009). An investigation of hindsight bias in nascent venture activity. Journal of Business Venturing, 24, 149-164.
  12. Kahneman, D. (2012). Pensieri lenti e veloci. Mondadori.