Scoprire le bugie dal linguaggio del corpo: siamo bravi quasi quanto una moneta
Oltre 200 studi e quasi 25.000 giudizi: in media distinguiamo bugie e verità nel 54% dei casi. Anche poliziotti e agenti fanno poco meglio. Ecco cosa funziona davvero.
Una serie tv di successo, metà anni Duemila. Il protagonista è uno scienziato che osserva un sospettato per pochi secondi, nota una microespressione di disprezzo, una spalla che si alza appena, una mano che sfiora il naso. "Sta mentendo", dice. E ha sempre ragione. La serie si chiama Lie to Me e si ispira alle ricerche dello psicologo Paul Ekman.
Fuori dallo schermo, migliaia di persone hanno comprato libri e corsi per imparare a fare lo stesso. Genitori che vogliono capire se il figlio dice la verità, manager che selezionano candidati, partner sospettosi. L'idea è semplice e confortante: il corpo non mente, basta saperlo leggere. Ma che cosa succede quando si mettono alla prova migliaia di persone, compresi poliziotti, giudici e agenti dei servizi segreti?
In breve
Charles Bond e Bella DePaulo hanno riunito nel 2006 i risultati di oltre 200 lavori, con quasi 25.000 giudizi su più di 4.000 persone che mentivano o dicevano la verità. In media le persone indovinano nel 54% dei casi, appena sopra il 50% di una moneta lanciata. Chi lo fa di mestiere non va molto meglio. E guardare soltanto il corpo, senza ascoltare, non funziona affatto.
🔴 Mito. L'idea che siamo bravi a scoprire le bugie osservando il linguaggio del corpo non regge: l'accuratezza è appena sopra il caso, in modo sorprendentemente stabile.
Da dove nasce il mito
La convinzione che il corpo tradisca il bugiardo è antichissima e quasi universale. Il Global Deception Research Team, un consorzio internazionale coordinato da Charles Bond, ha chiesto a persone di 58 Paesi come si riconosce un bugiardo. In 51 Paesi la risposta più citata era la stessa: chi mente evita lo sguardo. In un secondo sondaggio in 63 Paesi, circa due terzi delle persone pensavano anche che i bugiardi cambino spesso posizione, si tocchino e si grattino, parlino troppo.
La scienza ha dato a questa credenza una veste autorevole. Nel 1969 Paul Ekman e Wallace Friesen pubblicano "Nonverbal leakage and clues to deception": l'idea che emozioni nascoste "trapelino" dal corpo e dal volto. Più tardi Ekman si concentra sulle microespressioni, movimenti del viso brevissimi che tradirebbero l'emozione vera. Come ricorda Timothy Levine nel libro Duped, il lavoro di Ekman ha avuto il suo impatto più grande fuori dall'università: ha ispirato Lie to Me e, in parte, il programma SPOT con cui l'agenzia per la sicurezza dei trasporti americana osservava i passeggeri in aeroporto.
Poi ci sono i manuali divulgativi, che trasformano ipotesi in regole. Grattarsi il naso significa che stai mentendo. Una spalla che si alza da sola tradisce una bugia "al 90 per cento", si legge in un libro di persuasione italiano. Il corpo non mente mai. Sono frasi rassicuranti, ma nessuna di queste percentuali viene da uno studio.
Cosa dice davvero la ricerca
Bond e DePaulo 2006. La meta-analisi della scheda è pubblicata su Personality and Social Psychology Review. Raccoglie quasi 300 risultati da 206 lavori, con circa 25.000 giudizi su oltre 4.000 "mittenti", cioè persone che dicevano bugie o verità. La percentuale media di risposte corrette è 53,98% senza pesi e 53,46% pesando per il numero di giudizi. La metà di tutti i risultati cade tra il 50% e il 58%. Il 90% cade tra il 45% e il 64%. Come scrive Levine, che ha rianalizzato quei dati, il risultato è "leggermente migliore del caso", in modo straordinariamente stabile.
Gli esperti. Poliziotti, investigatori, agenti doganali, giudici: non dovrebbero essere più bravi? Secondo la sintesi di Levine sulle meta-analisi del 2006, l'accuratezza degli studenti era intorno al 54%, quella dei poliziotti 55%, dei detective 51%, degli agenti federali 55%, dei doganieri 54%. In venti confronti diretti tra esperti e non esperti, la differenza era nulla (d = -0,03). L'esperienza professionale aumenta soprattutto la sicurezza, non la precisione.
Solo il corpo. Il dato più importante per questa scheda: secondo Bond e DePaulo, quando i giudici possono solo guardare il video senza sentire l'audio, l'accuratezza non è migliore del caso. Il canale visivo da solo, cioè proprio il linguaggio del corpo, è il meno utile.
DePaulo et al. 2003. Perché andiamo così male? Perché gli indizi non ci sono, o sono debolissimi. La meta-analisi di DePaulo e colleghi su Psychological Bulletin ha esaminato 158 possibili segnali di menzogna su 120 campioni. La maggior parte ha effetti minimi o nulli. Il contatto visivo, la credenza più diffusa al mondo, ha un effetto medio di d = 0,01 su 32 studi: zero, in pratica. Levine nota una tendenza rivelatrice: più un indizio viene studiato, più il suo effetto si riduce.
Hartwig e Bond 2011. Maria Hartwig e Charles Bond, su Psychological Bulletin, hanno analizzato perché i "cacciatori di bugie" falliscono. La loro risposta: non è che guardiamo gli indizi sbagliati. Quando si guarda ai comportamenti che davvero orientano i giudizi, e non alle convinzioni dichiarate, le persone usano in buona parte gli indizi giusti. Il problema è che gli indizi comportamentali sono deboli, poco diagnostici.
L'addestramento. Una meta-analisi precedente aveva stimato che i corsi di riconoscimento delle bugie portano l'accuratezza dal 54% al 58% circa. Levine e colleghi hanno mostrato che perfino un addestramento finto, basato su indizi inventati, può migliorare un po' i risultati rispetto a nessun addestramento: un effetto placebo.
Come scopriamo davvero le bugie. Hee Sun Park, Levine e colleghi hanno chiesto a 202 studenti di raccontare una volta in cui avevano scoperto una bugia. Solo nel 2% dei casi la scoperta si basava unicamente su comportamenti verbali e non verbali sul momento. Solo il 15% delle bugie era stato scoperto subito; la maggioranza dopo una settimana o più. In oltre l'80% dei casi c'era una prova esterna: un testimone, un oggetto, un fatto noto. In più di un terzo dei casi era il bugiardo stesso a confessare.
Cosa funziona meglio. Nel programma di ricerca di Levine, dare ai giudici un minimo di informazioni sul contesto, per esempio dettagli sul crimine o sulla difficoltà di un test, ha portato l'accuratezza media dal 51% al 76% in sei esperimenti. Anche altri gruppi, come quello di Aldert Vrij e di Pär Anders Granhag, puntano sul contenuto: domande inattese, uso strategico delle prove, verifica dei dettagli.
Perché il cervello ci casca
Crediamo per default. Secondo la teoria della verità di default di Levine, partiamo dal presupposto che gli altri dicano il vero. Di solito è una buona strategia, perché la maggior parte delle persone mente poco. Ma significa che, quando giudichiamo, tendiamo a classificare come vere molte bugie.
Confondiamo nervosismo e menzogna. Chi sembra ansioso, esitante e insicuro viene giudicato bugiardo. Chi sembra calmo, cordiale e sicuro viene creduto. Levine lo chiama il problema del "comportamento": alcune persone sembrano sincere qualunque cosa dicano, altre sembrano bugiarde anche quando dicono il vero. I nostri giudizi riflettono lo stile della persona, non la verità.
Il feedback non arriva quasi mai. Raramente sappiamo se il nostro giudizio era giusto. Senza feedback non si impara, ma la sicurezza cresce lo stesso. È l'eccesso di fiducia.
Ricordiamo i successi. Le volte in cui abbiamo "beccato" qualcuno restano impresse; gli errori svaniscono. E quando scopriamo una bugia, il senno di poi ci fa ricordare segnali che al momento non avevamo visto.
Cosa significa in pratica
Relazioni. Osservare gesti e sguardi del partner per capire se mente porta a errori in entrambe le direzioni: sospetti ingiusti verso chi è solo nervoso, e fiducia verso chi mente con calma. Se un dubbio è serio, conviene parlare dei fatti, chiedere dettagli verificabili e dare tempo alla verità di emergere.
Studio e lavoro. Nei colloqui di selezione, il candidato sicuro di sé sembra più sincero. Non lo è necessariamente. Domande strutturate, esempi concreti e verifiche delle referenze battono qualsiasi lettura del corpo.
Marketing e vendite. I corsi che promettono di "leggere" i clienti attraverso il linguaggio del corpo vendono una capacità che la ricerca non trova. Meglio ascoltare cosa dicono e fare domande aperte.
Difesa da manipolazioni. I truffatori migliori sono calmi, cordiali e sicuri: esattamente lo stile che il nostro cervello associa alla sincerità. Per difendersi da una truffa al telefono o da un finto operatore, non serve leggere la voce o il volto. Serve verificare: richiamare un numero ufficiale, controllare l'informazione da una fonte indipendente, non decidere sotto pressione.
Cosa dire al posto del mito. "Dal corpo si capisce pochissimo. Le bugie si scoprono soprattutto confrontando ciò che viene detto con i fatti, spesso dopo."
Le domande che ci fanno
Le microespressioni non funzionano? Esistono, ma non ci sono prove solide che riconoscerle permetta di scoprire le bugie in modo affidabile nella vita reale. Le revisioni critiche sono state molto scettiche.
La macchina della verità è meglio? Il poligrafo misura reazioni fisiologiche come sudorazione e battito, che cambiano anche per ansia. Secondo il rapporto del 2003 del National Research Council statunitense, nei test su un episodio specifico distingue bugie e verità molto meglio del caso, ma molto lontano dalla perfezione, e nello screening generico l'accuratezza è quasi certamente più bassa.
Ci sono persone davvero brave a scoprire le bugie? Alcuni ricercatori hanno sostenuto l'esistenza di rari "maghi" della menzogna, ma la questione è controversa. In media, gli esperti non superano il 55%.
Allora devo fidarmi di tutti? No. Devi fidarti meno del tuo intuito sul corpo e di più delle verifiche. Prove, coerenza con i fatti, tempo.
Per approfondire
- La scheda del quiz
- Eccesso di fiducia
- Senno di poi
- Effetto alone
- Chi mente guarda in alto a destra? La regola della PNL messa alla prova
- Non è vero che il 93% della comunicazione è non verbale
- Falso mito o scienza? Il quiz
Fonti
- Bond C. F., DePaulo B. M. (2006). Accuracy of deception judgments. Personality and Social Psychology Review, 10(3), 214-234. https://doi.org/10.1207/s15327957pspr1003_2
- DePaulo B. M., Lindsay J. J., Malone B. E., Muhlenbruck L., Charlton K., Cooper H. (2003). Cues to deception. Psychological Bulletin, 129(1), 74-118. https://doi.org/10.1037/0033-2909.129.1.74
- Hartwig M., Bond C. F. (2011). Why do lie-catchers fail? A lens model meta-analysis of human lie judgments. Psychological Bulletin, 137(4), 643-659. https://doi.org/10.1037/a0023589
- Global Deception Research Team (2006). A world of lies. Journal of Cross-Cultural Psychology, 37(1), 60-74. https://doi.org/10.1177/0022022105282295
- Park H. S., Levine T. R., McCornack S. A., Morrison K., Ferrara M. (2002). How people really detect lies. Communication Monographs, 69(2), 144-157. https://doi.org/10.1080/714041710
- Levine T. R. (2020). Duped: Truth-Default Theory and the Social Science of Lying and Deception. University of Alabama Press. https://www.uapress.ua.edu/9780817359683/duped/
- Ekman P., Friesen W. V. (1969). Nonverbal leakage and clues to deception. Psychiatry, 32(1), 88-106. https://doi.org/10.1080/00332747.1969.11023575
- Levine T. R., Feeley T. H., McCornack S. A., Hughes M., Harms C. M. (2005). Testing the effects of nonverbal training on deception detection accuracy with the inclusion of a bogus training control group. Western Journal of Communication, 69(3), 203-217. https://doi.org/10.1080/10570310500202355