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La memoria non è una videocamera: ogni ricordo viene ricostruito

Basta cambiare un verbo per cambiare il ricordo di un incidente. Dagli esperimenti di Loftus alla riconsolidazione: perché ricordare è ricostruire, e cosa comporta.

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Due amici ricordano la stessa serata di dieci anni prima. Uno è sicuro che pioveva e che siete arrivati in ritardo per colpa sua. L'altro giura che c'era un cielo stellato e che il ritardo era tuo. Entrambi descrivono dettagli vividi, il colore di una giacca, una frase precisa detta al bancone. Entrambi sono in buona fede. Capita in famiglia, in coppia, tra colleghi dopo una riunione importante. E capita, con conseguenze ben più gravi, nelle aule di tribunale, quando un testimone indica con sicurezza un imputato. Tendiamo a pensare che la memoria funzioni come una videocamera: registra, archivia e, quando serve, riproduce. Se fosse così, almeno uno dei due amici avrebbe un nastro rovinato. Ma se il problema fosse proprio l'idea del nastro?

In breve

La memoria non conserva copie fedeli degli eventi. Ogni volta che ricordiamo, il cervello ricostruisce l'esperienza a partire da frammenti, conoscenze generali e informazioni ricevute dopo, e la sicurezza con cui ricordiamo non garantisce che il ricordo sia accurato.

🔴 Mito. Mezzo secolo di esperimenti mostra che basta una domanda formulata in modo diverso per cambiare un ricordo, e che si possono perfino creare ricordi di eventi mai accaduti.

Da dove nasce il mito

L'immagine della memoria come archivio è antichissima. Platone la paragonava a una tavoletta di cera su cui si imprimono le esperienze. Nel Novecento la metafora si è aggiornata con le tecnologie: la fotografia, il registratore, il computer con il suo disco rigido. Ognuna di queste immagini suggerisce la stessa cosa: un ricordo è un oggetto che si salva una volta e si recupera intatto.

A rafforzare l'idea hanno contribuito anche alcune osservazioni fraintese. Negli anni Trenta e Quaranta il neurochirurgo Wilder Penfield stimolava con elettrodi la corteccia di pazienti epilettici svegli, e alcuni riferivano scene del passato, musiche, voci. Molti lessero quei racconti come la prova che ogni esperienza resta registrata da qualche parte, pronta per essere "riprodotta". In realtà erano pochi pazienti, e le esperienze riferite somigliavano più a frammenti di sogno che a registrazioni.

Poi c'è l'esperienza personale. Alcuni ricordi ci sembrano nitidissimi, come quelli di un evento drammatico: sappiamo dove eravamo, con chi, cosa stavamo facendo. Questa vividezza sembra la prova di una registrazione perfetta. Come vedremo, la ricerca dice altro.

Cosa dice davvero la ricerca

Già negli anni Trenta. Nel 1932 lo psicologo britannico Frederic Bartlett fece leggere a studenti di Cambridge una leggenda dei nativi americani, La guerra dei fantasmi, e chiese loro di raccontarla più volte, a distanza di tempo. I racconti si accorciavano, i dettagli strani sparivano, quelli poco familiari venivano sostituiti da elementi più vicini alla cultura inglese. Bartlett concluse che ricordare è un atto di ricostruzione guidato da "schemi", cioè da ciò che già sappiamo del mondo.

Lo studio della scheda. Nel 1974 Elizabeth Loftus e John Palmer, all'Università di Washington, mostrano a 45 studenti sette brevi filmati di incidenti stradali. Poi chiedono: "A che velocità andavano le auto quando si sono...?". Cambia solo il verbo. Con "schiantate" la stima media è di 40,8 miglia orarie, con "scontrate" 39,3, con "urtate" 38,1, con "colpite" 34,0, con "toccate" 31,8. Una sola parola sposta la stima di circa nove miglia all'ora.

Nel secondo esperimento i ricercatori vanno oltre. Mostrano un incidente a 150 studenti, divisi in tre gruppi da 50. Un gruppo riceve la domanda con "schiantate", uno con "colpite", uno non riceve alcuna domanda sulla velocità. Una settimana dopo chiedono a tutti: "Hai visto dei vetri rotti?". Nel filmato non ce n'erano. Risponde di sì il 32% del gruppo "schiantate", contro il 14% del gruppo "colpite" e il 12% del gruppo di controllo. La domanda non ha solo influenzato una stima: ha aggiunto un dettaglio al ricordo.

Ricordi di eventi mai accaduti. Nel 1995 Loftus e Jacqueline Pickrell fanno un passo ulteriore. Con l'aiuto dei familiari, presentano a 24 adulti brevi descrizioni di episodi della loro infanzia. Tre sono veri, uno è inventato: essersi persi in un centro commerciale da piccoli ed essere stati ritrovati da un anziano. Nei colloqui successivi circa un quarto dei partecipanti dice di ricordare, almeno in parte, l'episodio falso. Lo studio ha ricevuto critiche: il campione era piccolo e perdersi in un negozio è un evento plausibile. Kathy Pezdek e colleghi hanno mostrato che eventi poco plausibili sono molto più difficili da impiantare. Ma il principio è stato confermato da molte ricerche successive.

I ricordi "flash". La mattina dopo l'11 settembre 2001, Jennifer Talarico e David Rubin della Duke University chiedono a 54 studenti di descrivere come hanno saputo degli attentati e, per confronto, un evento banale dei giorni precedenti. Li richiamano dopo 1, 6 o 32 settimane. La coerenza dei racconti cala nel tempo in modo simile per i due tipi di ricordo. Ma solo per l'11 settembre i partecipanti restano convinti di ricordare con precisione. Il titolo dello studio, pubblicato su Psychological Science nel 2003, riassume tutto: a caratterizzare i ricordi flash è la fiducia, non la coerenza. Un risultato simile lo avevano trovato Ulric Neisser e Nicole Harsch con l'esplosione dello Space Shuttle Challenger nel 1986.

Cosa succede nel cervello. Per decenni si è pensato che un ricordo, una volta consolidato, restasse stabile. Nel 2000 Karim Nader, Glenn Schafe e Joseph LeDoux pubblicano su Nature un esperimento sui ratti con un ricordo di paura appena riattivato. Se subito dopo la riattivazione bloccano la sintesi di nuove proteine nell'amigdala, il ricordo si indebolisce. Se lo fanno senza riattivarlo, o sei ore dopo, il ricordo resta intatto. È la riconsolidazione: ogni volta che un ricordo viene richiamato, torna per un po' in uno stato modificabile e deve essere "salvato" di nuovo. Ricordare non è leggere un file, è riscriverlo.

Le conseguenze nei tribunali. Negli Stati Uniti l'Innocence Project ha documentato 375 persone scagionate grazie al DNA tra il 1989 e il 2020. Nel 69% di questi casi la condanna era basata anche su un errore di identificazione da parte di testimoni oculari. Persone sincere, spesso sicurissime, che ricordavano un volto sbagliato. Non a caso Loftus è stata chiamata a testimoniare come esperta in molti processi. Alberto Oliverio, in La vita nascosta del cervello (2009), racconta uno di questi casi degli anni Settanta e riporta la sua risposta a chi le chiedeva se la memoria di un imputato potesse vacillare a quel punto: la possibilità era tutt'altro che remota, «in quanto la memoria di chiunque può essere manomessa».

Perché il cervello ci casca

Il cervello non è progettato per archiviare il passato come un notaio, ma per usarlo. La memoria serve a prevedere cosa succederà, a decidere, a raccontare chi siamo. Per farlo conviene conservare il senso degli eventi e ricostruire i dettagli quando servono, riempiendo i vuoti con ciò che è probabile. È un sistema efficiente, ma lascia entrare informazioni successive, aspettative e parole altrui.

Il punto critico è che la ricostruzione non si sente. Quando un dettaglio inventato si inserisce nel ricordo, lo viviamo con la stessa immediatezza di quelli reali. Anzi, ogni volta che raccontiamo un episodio lo rendiamo più fluido e familiare, e la familiarità ci sembra un segno di verità. È lo stesso meccanismo dell'illusione di verità e della fluidità cognitiva.

Contribuisce anche il senno di poi: quando sappiamo come è andata a finire una storia, riscriviamo il ricordo di ciò che pensavamo prima, convinti di "averlo sempre saputo". E il bias di conferma ci porta a ricordare meglio i dettagli che si accordano con l'idea che abbiamo di noi stessi e degli altri.

Cosa significa in pratica

Le domande che ci fanno

Se la memoria è così fragile, possiamo fidarci di qualcosa? Sì, per molte cose. Il senso generale degli eventi importanti è di solito ricordato bene. Sono i dettagli, le parole esatte, l'ordine dei fatti e le circostanze a essere vulnerabili, soprattutto quando passa tempo e se ne parla molto.

Esiste la memoria fotografica? Alcune persone hanno una memoria eccezionale per certi contenuti, spesso grazie a tecniche e allenamento. Ma non ci sono prove solide di una memoria che funzioni davvero come una fotografia, da consultare a piacere con la stessa precisione.

L'ipnosi aiuta a recuperare ricordi nascosti? No. L'ipnosi tende ad aumentare la quantità di dettagli riferiti e la sicurezza, ma anche gli errori. Per questo in molti ordinamenti i ricordi "recuperati" con l'ipnosi sono considerati poco affidabili.

Si possono cancellare i brutti ricordi? La ricerca sulla riconsolidazione esplora la possibilità di indebolire il peso emotivo di ricordi traumatici, sotto stretto controllo clinico. È un campo promettente ma ancora sperimentale, lontano da una "cancellazione" a comando.

Per approfondire

Fonti

  1. Loftus E. F., Palmer J. C. (1974). Reconstruction of automobile destruction: An example of the interaction between language and memory. Journal of Verbal Learning and Verbal Behavior, 13(5), 585-589. https://doi.org/10.1016/S0022-5371(74)80011-3
  2. Bartlett F. C. (1932). Remembering: A Study in Experimental and Social Psychology. Cambridge University Press. https://doi.org/10.1017/CBO9780511759185
  3. Loftus E. F., Pickrell J. E. (1995). The formation of false memories. Psychiatric Annals, 25(12), 720-725. https://doi.org/10.3928/0048-5713-19951201-07
  4. Talarico J. M., Rubin D. C. (2003). Confidence, not consistency, characterizes flashbulb memories. Psychological Science, 14(5), 455-461. https://doi.org/10.1111/1467-9280.02453
  5. Neisser U., Harsch N. (1992). Phantom flashbulbs: False recollections of hearing the news about Challenger. In E. Winograd, U. Neisser (a cura di), Affect and Accuracy in Recall, 9-31. Cambridge University Press. https://doi.org/10.1017/CBO9780511664069.003
  6. Nader K., Schafe G. E., LeDoux J. E. (2000). Fear memories require protein synthesis in the amygdala for reconsolidation after retrieval. Nature, 406(6797), 722-726. https://doi.org/10.1038/35021052
  7. Innocence Project. DNA Exonerations in the United States (1989-2020). https://innocenceproject.org/dna-exonerations-in-the-united-states/
  8. Oliverio A. (2009). La vita nascosta del cervello. Giunti. https://books.google.com/books?id=YG_LPgAACAAJ