Multitasking: perché chi fa più cose insieme non diventa più bravo a farle
Ci sentiamo allenati a saltare tra chat, mail e video. Ma chi fa più multitasking con i media non è risultato migliore nel cambiare compito, anzi. Lo studio di Stanford, le repliche e cosa fare.
Martedì mattina, ufficio open space. Chiara ha aperti un documento da finire, la casella di posta, la chat del team, un gruppo WhatsApp di famiglia e una riunione online in cui deve solo "ascoltare". Risponde a un messaggio mentre legge una mail, torna al documento, scrive mezza frase, sente il suo nome in riunione e recupera il filo. A fine giornata è esausta e si dice che, in fondo, ormai è diventata bravissima a gestire mille cose insieme. È una convinzione molto diffusa: chi passa le giornate tra schermi e notifiche starebbe allenando il cervello a cambiare compito più in fretta. Nel 2009 un gruppo di ricercatori di Stanford decise di verificarlo. Si aspettavano di trovare qualche talento nascosto nei multitasker abituali. Trovarono il contrario.
In breve
Le persone che usano molti media contemporaneamente non sono risultate più brave a passare da un compito all'altro. Nello studio originale andavano peggio: erano più distratte da stimoli irrilevanti e più lente nel cambiare compito. Le ricerche successive confermano che non c'è alcun vantaggio, anche se lo svantaggio sembra più piccolo di quanto si pensava.
🔴 Mito. Nessuno studio ha trovato che il multitasking mediatico alleni il controllo dell'attenzione. Il legame con lo svantaggio esiste ma è piccolo e la causa non è chiara.
Da dove nasce il mito
La parola multitasking viene dall'informatica degli anni Sessanta: indicava la capacità di un computer di eseguire più processi alternandoli rapidamente. Negli anni Novanta e Duemila passa alle persone, soprattutto nel mondo del lavoro. Saper fare "più cose insieme" diventa una competenza da scrivere nel curriculum.
Con smartphone e social l'idea si trasforma. Si comincia a parlare di "nativi digitali", una generazione che sarebbe cresciuta tra più schermi e che per questo avrebbe sviluppato un cervello diverso, capace di gestire flussi di informazioni paralleli. È un'idea affascinante e lusinghiera, che trasforma un'abitudine potenzialmente dannosa in un superpotere.
Ha attecchito per tre ragioni. È coerente con il buon senso: se faccio una cosa spesso, dovrei migliorare. Ci fa sentire produttivi: rispondere a dieci messaggi dà una sensazione di efficienza. E giustifica ambienti di lavoro e app costruiti per interromperci di continuo.
Cosa dice davvero la ricerca
Lo studio di Ophir, Nass e Wagner (2009). Eyal Ophir, Clifford Nass e Anthony Wagner, all'Università di Stanford, costruiscono un questionario per misurare quanto ogni persona usa più media contemporaneamente: televisione, musica, chat, navigazione, videogiochi e così via. Con questo indice selezionano due gruppi di studenti agli estremi: multitasker intensi e multitasker leggeri. I gruppi sono piccoli, tra 15 e 22 persone per gruppo a seconda dell'esperimento.
Poi li mettono alla prova con compiti classici di controllo cognitivo. In uno devono notare se un rettangolo rosso cambia orientamento, ignorando dei rettangoli blu che fanno da distrattori. In un altro devono tenere a mente una sequenza di lettere. In un altro ancora devono alternare due compiti diversi su numeri e lettere.
I risultati vanno nella direzione opposta alle aspettative. I multitasker intensi erano più disturbati dai distrattori, facevano più falsi allarmi nei compiti di memoria e, soprattutto, erano più lenti nel cambio di compito, proprio l'abilità che si pensava allenassero. Gli autori ipotizzarono che queste persone avessero un'attenzione "ad ampio raggio": tendono a lasciar entrare tutto, invece di filtrare ciò che conta.
Le repliche di Wiradhany e Nieuwenstein (2017). Due ricercatori dell'Università di Groningen hanno ripetuto i test con due nuovi gruppi, uno in Indonesia e uno nei Paesi Bassi, con una potenza statistica adeguata. Su sette effetti dello studio originale ne hanno ritrovati tre nel primo esperimento e due nel secondo. Gli effetti andavano sempre nella stessa direzione, ma erano più piccoli: una dimensione media di circa 0,55 contro 0,95 dello studio originale. Nella stessa ricerca hanno condotto una meta-analisi su 39 effetti tratti da 12 articoli: hanno trovato un'associazione debole ma significativa tra multitasking mediatico e distraibilità, che però scompariva correggendo per l'effetto dei piccoli studi.
La rassegna di Uncapher e Wagner (2018). Dieci anni dopo lo studio originale, Melina Uncapher e lo stesso Anthony Wagner hanno rivisto la letteratura su PNAS. In circa metà degli studi i multitasker intensi andavano significativamente peggio in compiti di memoria di lavoro e attenzione sostenuta. Nell'altra metà non c'erano differenze. Nessuno studio pubblicato mostrava un vantaggio. Wagner ha precisato che è troppo presto per stabilire causa ed effetto.
La meta-analisi di Parry e le Roux (2021). Douglas Parry e Daniel le Roux hanno riunito 118 effetti da 46 studi. L'associazione tra multitasking mediatico e difficoltà di controllo cognitivo è piccola. È trascurabile quando si usano test di prestazione e un po' più grande quando si usano questionari in cui le persone si autovalutano. Dopo aver corretto per il possibile bias di pubblicazione, l'effetto nei test di prestazione non era più significativo. La loro conclusione è sobria: dopo un decennio non abbiamo ancora capito bene il fenomeno.
Il costo del cambio di compito. Indipendentemente dal multitasking mediatico, la ricerca di base è molto chiara su un punto. Joshua Rubinstein, David Meyer e Jeffrey Evans (2001) hanno mostrato in quattro esperimenti che ogni passaggio da un compito all'altro costa tempo, e che il costo cresce quando i compiti sono complessi o poco familiari. Fare due cose "insieme" significa quasi sempre alternarle, pagando ogni volta questo pedaggio.
I rari "supertasker". Jason Watson e David Strayer (2010) hanno messo 200 persone in un simulatore di guida mentre parlavano al telefono risolvendo problemi di memoria e matematica. Solo il 2,5% circa ha mantenuto le stesse prestazioni in entrambe le condizioni. Per tutti gli altri, telefonare peggiorava la guida: frenate più lente e distanze di sicurezza più lunghe. Il vero multitasking efficiente esiste, ma è un'eccezione rara, non il frutto di un allenamento.
Perché il cervello ci casca
Il primo motivo è che l'attenzione esecutiva ha un collo di bottiglia. Possiamo camminare e parlare, perché camminare è automatico. Ma due compiti che richiedono decisioni, come scrivere una mail e seguire una riunione, competono per le stesse risorse. Il cervello non li svolge in parallelo: salta da uno all'altro, e ogni salto lascia un residuo di attenzione sul compito precedente.
Il secondo è che non sentiamo il costo. I passaggi durano frazioni di secondo e si sommano senza che ce ne accorgiamo. Percepiamo invece la sensazione di attività e di risposta rapida, che il cervello scambia per produttività. È una forma di eccesso di fiducia: ci giudichiamo bravi proprio nelle cose in cui l'autovalutazione è meno affidabile. Il caso si avvicina all'effetto Dunning-Kruger.
Il terzo è la ricompensa. Ogni notifica può contenere qualcosa di interessante, e non sapere quando arriverà rende il controllo compulsivo. Il cervello impara a cercare la novità più che a portare a termine il compito. Ne parliamo in Le ricompense imprevedibili creano dipendenza.
Infine, la direzione della causa resta aperta. È possibile che il multitasking peggiori l'attenzione. Ma è anche possibile che chi ha già un'attenzione più dispersiva sia attratto dal multitasking. Gli studi attuali, quasi tutti correlazionali, non permettono di distinguere.
Cosa significa in pratica
Lavoro. Raggruppa le attività simili e dedica blocchi di tempo a un solo compito impegnativo. Chiudi chat e posta mentre scrivi o analizzi qualcosa di complesso. Controlla i messaggi a orari stabiliti invece che a ogni notifica. Nelle riunioni, se devi davvero ascoltare, chiudi il resto: seguire a metà significa perdere il filo e dover chiedere di ripetere.
Studio. Studiare con il telefono vicino e le notifiche attive riduce la qualità dello studio, anche se non rispondi. Metti il telefono in un'altra stanza durante le sessioni. Brevi pause programmate funzionano meglio delle interruzioni casuali.
Web e app. Se progetti un prodotto, ricorda che ogni notifica interrompe un compito. Le notifiche raggruppate e silenziabili rispettano l'attenzione degli utenti e riducono l'abbandono per fastidio.
Guida. Telefonare al volante, anche con il vivavoce, peggiora i tempi di reazione nella grande maggioranza delle persone. Non contare di essere tra i pochissimi "supertasker".
Cosa dire al posto del mito. "Saltare da una cosa all'altra non ci allena a farlo meglio. Ci fa pagare un piccolo prezzo a ogni salto, e alla fine della giornata il conto è alto."
Le domande che ci fanno
Ma i giovani non sono più bravi in questo? Gli studi non mostrano che le generazioni cresciute con più schermi abbiano un controllo dell'attenzione migliore. Usano più media insieme, ma questo non significa che lo facciano con meno costi.
Ascoltare musica mentre lavoro è multitasking? Dipende. Musica familiare e senza parole può non disturbare compiti semplici. Musica con testo o nuova tende a interferire con compiti che richiedono linguaggio, come leggere e scrivere.
Allora il multitasking fa male al cervello? Non lo sappiamo con certezza. Le associazioni trovate sono piccole e la causa non è chiara. Quello che sappiamo bene è che fare due compiti impegnativi insieme peggiora le prestazioni nel momento in cui lo fai.
Esiste un modo per allenarsi? Si può migliorare con la pratica in combinazioni specifiche di compiti, ma il miglioramento non si trasferisce in modo generale. Il modo più efficace per gestire molte cose resta organizzarle in sequenza.
Per approfondire
- La scheda del quiz
- Eccesso di fiducia
- Effetto Dunning-Kruger
- L'attenzione del pesce rosso è una leggenda
- Le ricompense imprevedibili creano dipendenza
- I giochi di allenamento cerebrale non aumentano l'intelligenza
- Falso mito o scienza? Il quiz
Fonti
- Ophir E., Nass C., Wagner A. D. (2009). Cognitive control in media multitaskers. Proceedings of the National Academy of Sciences, 106(37), 15583-15587. https://doi.org/10.1073/pnas.0903620106.
- Wiradhany W., Nieuwenstein M. R. (2017). Cognitive control in media multitaskers: Two replication studies and a meta-analysis. Attention, Perception, & Psychophysics, 79(8), 2620-2641. https://doi.org/10.3758/s13414-017-1408-4. Testo: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5662702
- Uncapher M. R., Wagner A. D. (2018). Minds and brains of media multitaskers: Current findings and future directions. Proceedings of the National Academy of Sciences, 115(40), 9889-9896. Comunicato Stanford: https://news.stanford.edu/stories/2018/10/decade-data-reveals-heavy-multitaskers-reduced-memory-psychologist-says
- Parry D. A., le Roux D. B. (2021). "Cognitive control in media multitaskers" ten years on: A meta-analysis. Cyberpsychology: Journal of Psychosocial Research on Cyberspace, 15(2). https://cyberpsychology.eu/article/view/13303/11994
- Rubinstein J. S., Meyer D. E., Evans J. E. (2001). Executive control of cognitive processes in task switching. Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance, 27(4), 763-797. Sintesi APA: https://www.apa.org/topics/research/multitasking
- Watson J. M., Strayer D. L. (2010). Supertaskers: Profiles in extraordinary multitasking ability. Psychonomic Bulletin & Review, 17(4), 479-485. Resoconto NBC News: https://www.nbcnews.com/id/wbna36090382
- Lin L. (2009). Breadth-biased versus focused cognitive control in media multitasking behaviors. Proceedings of the National Academy of Sciences, 106(37), 15521-15522. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC2747151