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L'effetto Mozart: come dieci minuti di sonata sono diventati una leggenda

Uno studio su 36 studenti, un effetto di pochi minuti, poi CD per neonati e libri di successo. Le meta-analisi dicono che Mozart non rende più intelligenti: ecco perché.

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Nel 1998 Zell Miller, governatore della Georgia, propose che a ogni neonato dello Stato venisse regalato un CD di musica classica. L'idea era semplice e commovente: far ascoltare Mozart ai bambini fin dalla culla per renderli più intelligenti. Negli stessi anni gli scaffali si riempivano di dischi "per lo sviluppo del cervello del bebè", di libri con il marchio registrato "The Mozart Effect" e di cuffiette da appoggiare sul pancione in gravidanza. Molti genitori di allora, e molti di oggi, sono convinti che sia stato dimostrato. Eppure all'origine di tutto c'era un solo esperimento con 36 studenti universitari, un compito di piegatura della carta e un effetto che svaniva in pochi minuti. Come si passa da lì a una politica pubblica?

In breve

Ascoltare Mozart non aumenta l'intelligenza. Il primo studio trovò un piccolo miglioramento temporaneo in un compito spaziale, e le ricerche successive l'hanno ridimensionato fino quasi a zero, spiegandolo con l'umore e l'attivazione.

🔴 Mito. Le meta-analisi su decine di studi trovano un effetto minimo, di breve durata, più grande negli studi del gruppo che lo aveva proposto e non specifico di Mozart.

Da dove nasce il mito

Nel 1993 la psicologa Frances Rauscher e i fisici Gordon Shaw e Katherine Ky pubblicano su Nature una breve lettera. Trentasei studenti universitari ascoltano per dieci minuti la Sonata per due pianoforti in re maggiore K. 448 di Mozart, oppure una registrazione di rilassamento, oppure il silenzio. Subito dopo svolgono alcuni compiti di ragionamento spaziale, come immaginare un foglio piegato e tagliato e indovinare la forma che avrà una volta riaperto. Dopo Mozart, i punteggi convertiti in scala QI risultano di circa 8 o 9 punti più alti. Gli autori stessi precisano che l'effetto dura poco, una manciata di minuti.

La notizia esce dal laboratorio con una velocità sorprendente. Il compito spaziale diventa "intelligenza", gli studenti universitari diventano "bambini", l'effetto di pochi minuti diventa "permanente". Il musicista Don Campbell pubblica nel 1997 The Mozart Effect e registra il nome come marchio, costruendoci intorno libri e CD. Nel 1998 arriva la proposta del governatore Miller in Georgia. L'effetto Mozart diventa un pezzo di cultura popolare, citato ancora oggi nelle confezioni di giocattoli musicali per neonati.

Va detto che Rauscher non ha mai sostenuto che ascoltare Mozart renda i bambini più intelligenti. La distorsione è avvenuta nel passaggio dallo studio ai media e poi al mercato: un esempio da manuale di come un risultato piccolo e circoscritto possa diventare una promessa enorme.

Cosa dice davvero la ricerca

I tentativi di replica. Molti laboratori nel mondo provano a ripetere l'esperimento e trovano l'effetto sorprendentemente difficile da riprodurre. Nel 1999 Nature pubblica insieme due commenti critici. Christopher Chabris, allora ad Harvard, raccoglie 16 studi in una meta-analisi e stima un guadagno medio di circa 1,5 punti di QI, limitato al compito di piegatura della carta: una differenza compatibile con la normale variabilità tra due sessioni di test. Kenneth Steele e colleghi riferiscono un tentativo di replica fallito.

La spiegazione dell'umore. Nel 2001 William Forde Thompson, Glenn Schellenberg e Gabriela Husain pubblicano su Psychological Science un esperimento decisivo. Confrontano una sonata di Mozart vivace e allegra con l'Adagio di Albinoni, lento e malinconico, e misurano anche l'umore e il livello di attivazione dei partecipanti. Dopo Mozart i punteggi spaziali migliorano rispetto al silenzio, dopo Albinoni no. Ma quando si tiene conto dell'umore e dell'attivazione, l'effetto della musica scompare. Gli autori concludono che qualunque stimolo piacevole che metta di buon umore e aumenti un po' l'attivazione può migliorare temporaneamente la prestazione in molti compiti. Mozart non ha nulla di speciale.

L'effetto Blur. Schellenberg e la ricercatrice britannica Susan Hallam usano poi i dati di un grande esperimento condotto con la BBC nelle scuole del Regno Unito. Bambini di 10 e 11 anni vengono assegnati a caso ad ascoltare Mozart, musica pop dell'epoca, tra cui un brano dei Blur, oppure una conversazione sull'esperimento. Poi svolgono due compiti spaziali. In uno non c'è nessuna differenza. Nell'altro vanno meglio i bambini che hanno ascoltato il pop, cioè la musica che a quell'età piaceva di più. Gli autori lo chiamano, con ironia, "effetto Blur": il beneficio arriva quando la musica è gradita a chi la ascolta.

La meta-analisi della scheda. Nel 2010 Jakob Pietschnig, Martin Voracek e Anton Formann dell'Università di Vienna pubblicano su Intelligence la meta-analisi più ampia: circa 40 studi, compresi lavori non pubblicati e tesi di dottorato, per oltre 3.000 partecipanti. L'effetto medio sulla capacità spaziale è piccolo, e risulta più grande negli studi condotti dal gruppo di Rauscher che in quelli di altri laboratori. Un divario di questo tipo è un classico segnale di possibili distorsioni, legate ai metodi o alla selezione degli studi pubblicati. Il titolo dell'articolo, "Mozart effect, Shmozart effect", dice già tutto. Il primo autore ha commentato che consiglia a tutti di ascoltare Mozart, ma che non ci si deve aspettare un aumento delle capacità cognitive.

E suonare uno strumento? È una domanda diversa e più interessante: qui si parla di anni di pratica attiva, non di dieci minuti di ascolto. Anche su questo, però, le prove più rigorose invitano alla prudenza. Giovanni Sala, Fernand Gobet e colleghi (2019, Collabra: Psychology) hanno messo insieme in una meta-analisi di secondo livello i risultati sull'allenamento della memoria di lavoro, sulla musica, sugli scacchi e sui videogiochi. Una volta controllati l'effetto placebo e la distorsione da pubblicazione, il trasferimento a capacità lontane, come il ragionamento generale, risulta pari a zero. Imparare la musica rende bravi nella musica, e questo è già un ottimo motivo per farlo.

Perché il cervello ci casca

Il mito dell'effetto Mozart è sopravvissuto per decenni per alcune ragioni precise.

La prima è l'autorità della fonte. Lo studio era su Nature, una delle riviste più prestigiose al mondo, e in effetti l'esperimento esisteva davvero. Il bias di autorità ci porta a prendere per buono ciò che viene da un'istituzione rispettata, anche quando il messaggio è stato deformato lungo la strada.

La seconda è il desiderio dei genitori. Chi ha un figlio piccolo vuole fare tutto il possibile per lui, e un CD di musica classica costa poco e sembra innocuo. Quando una soluzione è facile, piacevole e rassicurante, chiediamo meno prove. È lo stesso terreno fertile su cui crescono i prodotti di brain training.

La terza è il prestigio di Mozart. L'idea che il genio di un compositore si trasmetta a chi lo ascolta ha qualcosa di magico, quasi un contagio di intelligenza. Nessuno si sarebbe entusiasmato allo stesso modo per un "effetto pop", anche se i dati dell'esperimento con la BBC lo suggerivano.

La quarta è un effetto reale ma frainteso. Dopo una musica che ci piace ci sentiamo davvero più svegli e concentrati, e per qualche minuto rendiamo un po' meglio. Questa esperienza personale sembra confermare il mito. Il punto è che lo stesso accade dopo una passeggiata, un caffè o una storia divertente.

Cosa significa in pratica

Le domande che ci fanno

Quindi lo studio del 1993 era falso? No. I dati erano reali, ma il campione era piccolo, l'effetto modesto e di breve durata, e mancavano controlli sull'umore. I tentativi di replica hanno mostrato che l'effetto, quando c'è, non dipende da Mozart.

La musica in gravidanza serve al feto? Non ci sono prove che renda il bambino più intelligente. Se ascoltare musica rilassa la madre, quello è già un beneficio, ma per lei.

Studiare uno strumento rende più intelligenti? Chi suona uno strumento tende in media a ottenere punteggi un po' più alti nei test, ma molto dipende da chi sceglie di farlo: famiglie, risorse, motivazione. Gli studi controllati con assegnazione casuale trovano effetti piccoli o nulli sulle capacità generali. Suonare resta un'attività ricca e piacevole.

Esiste una musica che aiuta a concentrarsi? Dipende dalla persona e dal compito. Per alcuni un sottofondo strumentale tranquillo aiuta, per altri il silenzio è meglio. Prova tu stesso, con un criterio semplice: quanto hai davvero imparato alla fine?

Per approfondire

Fonti

  1. Pietschnig J., Voracek M., Formann A. K. (2010). Mozart effect, Shmozart effect: A meta-analysis. Intelligence, 38(3), 314-323. https://doi.org/10.1016/j.intell.2010.03.001
  2. Rauscher F. H., Shaw G. L., Ky K. N. (1993). Music and spatial task performance. Nature, 365, 611. https://doi.org/10.1038/365611a0
  3. Chabris C. F. (1999). Prelude or requiem for the "Mozart effect"? Nature, 400, 826-827. https://doi.org/10.1038/23608
  4. Steele K. M., Bella S. D., Peretz I. et al. (1999). Prelude or requiem for the "Mozart effect"? Nature, 400, 827. https://doi.org/10.1038/23611
  5. Thompson W. F., Schellenberg E. G., Husain G. (2001). Arousal, mood, and the Mozart effect. Psychological Science, 12(3), 248-251. https://doi.org/10.1111/1467-9280.00345
  6. Schellenberg E. G., Hallam S. (2005). Music listening and cognitive abilities in 10- and 11-year-olds: The Blur effect. Annals of the New York Academy of Sciences, 1060, 202-209. https://doi.org/10.1196/annals.1360.013
  7. Sala G., Aksayli N. D., Tatlidil K. S., Tatsumi T., Gondo Y., Gobet F. (2019). Near and far transfer in cognitive training: A second-order meta-analysis. Collabra: Psychology, 5(1), 18. https://doi.org/10.1525/collabra.203
  8. Fact or fiction?: Babies exposed to classical music end up smarter. Scientific American. https://www.scientificamerican.com/article/fact-or-fiction-babies-ex/
  9. Comunicato dell'Università di Vienna sulla meta-analisi di Pietschnig e colleghi, ScienceDaily, 10 maggio 2010. https://sciencedaily.com/releases/2010/05/100510075415.htm